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Scusate...Buongiorno ragazze,
ho visto che siete ansiose di leggere il V capitolo,
ma mi dispiace dovervi dire che purtroppo
il V capitolo non uscirà molto presto,,,
La mia vita in questo periodo
ha preso una svolta molto dolorosa,,,
La persona più importante della mia vita, il mio Nicholas
mi ha abbandonata,,,
Mi sento davvero vuota.
Spero possiate capirmi, in questo stato non riesco certo a parlare di incontri amorosi,,,
Scusatemi davvero tanto,,,
Spero di tornare presto.
Un Bacio </3
[x] Dolcemente Rockfolle [x] Capitolo IVCapitolo IV
Ventotto dicembre. Stava funzionando: ero riuscita a non pensarci per un giorno intero. La giornata precedente era stata strana. Mi ero svegliata con la voglia di cucinare, quindi preparai la colazione. Non l’avessi mai fatto! Era venuta un disastro! Avevo bruciato le omelette e in casa non c’erano abbastanza uova per farne delle altre, quindi mi dovetti accontentare di qualche cereale al gusto di cartoncino. Non ero uscita. Nevicava! La neve mi metteva sempre allegria, amavo vedere quei piccoli batuffoli scendere giù e coprire la città di bianco. Avevo passato tutto il giorno in casa, al telefono con Sarah e Brian. Neanche loro erano usciti. La città era piena di bambini che si lanciavano palle di neve da un lato della strada all’altro. Tutti sorridevano. Anche mia madre era tornata allegra! «Tesoro, perché non esci? Lì fuori è stupendo!» Mi aveva detto rientrando a casa dopo un pomeriggio di shopping. Era piena di pacchetti, pacchettini, e la cosa mi suonò molto strana visto che Natale era già passato da un pezzo! «Grazie mamma, ma non mi va…» Malinconia. Nonostante la neve e tutto il resto, malinconia. Ero stanca della mia vita. Ero stanca di vivere sempre la stessa noiosa routine. Mi venne spontaneo pensare a cosa sarebbe successo se non fossi scappata, dopo averlo incontrato. No-no-no! Ferma Lusette, non continuare! Pensa a qualcos’altro! Accesi la TV, niente d’interessante. Il mio ventisette dicembre passò così, in modo barboso e monotono. Erano le quattro del pomeriggio, Sarah e Brian mi raggiunsero a casa. «Oh, Lusie! Dobbiamo andare all’Hotel Major!» Aveva esordito Sarah entrando. Cavolo, no! Non l’Hotel Major! «Cosa? Ma perché?» Le avevo urlato contro. Uh, dovevo cercare di mantenermi calma. «Lusie, tu non capisci! Ho scoperto che Nicholas Awery alloggia lì! Te lo saresti mai immaginato?» Te lo saresti mai immaginato, Lusette? Brian si era seduto sul divano a guardarci discutere, nel frattempo. «Non ti va di venire?» Aveva cambiato espressione, dopo aver visto il mio sguardo imbarazzato, arrabbiato, sconvolto. Aveva un atteggiamento deluso, ora. «Non è che non mi va di venire, Sarah…» Cercavo disperatamente di salvare quella situazione assurda. «Beh… è una storia lunga, Sarah» Lei mi guardò offesa «Che? Dimmelo in faccia, Lusette, non t’importa nulla di lui né di me!» Reazione esagerata, come al solito. «No! No! No! Ma che stai dicendo?» Brian aveva iniziato a ridere. Beato lui! «è vero! Se t’importasse davvero di me verresti!» Io abbassai lo sguardo, imbarazzata. Non sapevo che fare, che dire. Il mio cuore voleva seguirla, ma il mio cervello voleva rimanere a casa, perché la mia teoria prendesse definitivamente il sopravvento. «Sarah…è…complicato…» Non riuscii a inventarmi niente di meglio. «D’accordo. Andremo io e Brian…» Mi guardò delusa e furiosa un’ultima volta, poi prese per un braccio Brian che mi salutò con un cenno e se ne andò via. Non volevo litigare con lei, ma era qualcosa che andava al di sopra di tutto. Dovevo tentare di non farmi prendere dalle emozioni, dovevo riuscire a non avere niente a che fare con gli uomini, e se fossi andata con loro sarebbe successo tutto il contrario, ne ero sicura. Mia madre, che aveva sentito tutto, sbucò fuori dal piano di sopra e mi disse «Era il caso di trattarla così?» Dannazione! Ci mancavano giusto i suoi rimproveri adesso! «Mamma, tu non sai tutta la situazione, stanne fuori per favore!» Mi guardò irritata per un momento e poi si rintanò in cucina. Io decisi di uscire. Non sapevo cos’avrei fatto, forse avrei raggiunto l’Hotel Major per chiedere scusa a Sarah - non per altro – o forse sarei andata un po’ in giro per la città, vagando senza meta, così, per liberare la mia mente da tutto e da tutti. Ancora non sapevo guidare bene, ma non m’importava, quindi presi la macchina di mia madre e iniziai lentamente a costeggiare la strada per qualche chilometro. Senza accorgermene ero arrivata al centro della città. Una marea di gente si affollava per la strada. Ragazzine impazzite che urlavano il nome di Nicholas Awery in modo tale che anche l’Africa avrebbe potuto sentirlo. Cavolo. Ero arrivata dove non sarei dovuta mai arrivare. L’imponente palazzo dell’Hotel Major – l’Hotel più in vista della città – si erigeva di fronte a me, istintivamente virai a destra, in una stradina desolata che non sapevo dove mi avrebbe portata. Era un vicolo cieco, allora mi lasciai andare sul sedile. Respirai profondamente, avevo tanti di quei pensieri che non sapevo più quali fossero le mie priorità. Chiusi gli occhi. Poi fu tutto molto improvviso… Il mio piede probabilmente scivolò sull’acceleratore per sbaglio e l’auto andò contro il muro retrostante dell’Hotel. Non riuscii a bloccare istintivamente il tutto, cercai di sterzare ma peggiorai solo le cose e non potei nemmeno lasciare andare l’acceleratore perché ero scivolata giù e il piede era rimasto impelagato là sotto. L’impatto fu piuttosto violento. Sbattei la fronte contro il volante prima che l’airbag si aprisse e m’impedisse completamente di uscire dall’auto. Che disastro! Non era vero! Era un incubo! Dannazione! D’un tratto sentii che qualcuno aveva spalancato la portiera. Il sacchetto bianco si era sgonfiato e quando mi voltai per vedere chi fosse il mio salvatore, non potei credere a quello che vedevano i miei occhi. Me lo ritrovai davanti, in tutto il suo splendore. «Ehi, ti sei fatta male?» Mi chiese, con la sua voce melodiosa e leggera. «Emh… No, no, è tutto apposto…» Ero piuttosto spaesata. Non riuscivo a capire cosa fare, e avevo un tremendo mal di testa. Ebbi solo un minuto per vedere che anche lui si trovava abbastanza confuso. «Hai un bernoccolo in testa! Vieni, ti faccio mettere del ghiaccio…» Sì! Ti prego! «No! Non ce n’è bisogno, davvero!» «Sei sicura? Non vuoi nemmeno un bicchier d’acqua?» No, non saresti riuscito a convincermi! «Ho detto di no!» Lui mi prese in braccio e mi poggiò per terra, chi gli aveva dato il permesso di farlo? «Ti conviene sul serio fare qualcosa per quello!» E indicò la mia fronte. Mi guardai nello specchietto rotto dell’auto, oh cavolo! Un’enorme bozzo risaltava nel bel mezzo della mia povera fronte! «O mio dio! La macchina!» L’auto era completamente distrutta. Mia madre mi avrebbe uccisa, dovevo fare qualcosa! «Non pensare alla macchina! Vieni con me…» Mi prese per un braccio e mi condusse in un’altra stradina vicina, c’era posteggiata una Ferrari, d’un rosso accecante. Era la sua auto? Oh, cavolo! Aprì il bagagliaio e iniziò a medicarmi con del ghiaccio, lo appoggiò lentamente e con dolcezza sul mio capo. Era molto, molto vicino a me. Ci guardammo negli occhi, tutto era vuoto. Non capivo più nulla. Quegli occhi, stupendi, meravigliosi, così azzurri. Si avvicinava sempre di più, arrivammo a sfiorarci il viso, mentre lui aveva già tolto il ghiaccio dalla mia fronte. «Così va meglio…» Dissi. Lui sorrise. Stavo per sciogliermi. «Perfetto.» Già; era tutto così perfetto. «Vuoi che ti accompagni a casa?» Improvvisamente tornò tutto chiaro intorno a me. Mi risvegliai da quel sogno. Aveva ragione, come sarei tornata a casa? «Oh, cavolo, no!» Ero più o meno in preda al panico! «Era una domanda retorica…» Disse con un sorriso malizioso. «D’accordo, d’accordo…» Finsi di dargli retta, ma indietreggiai di qualche passo e poi, non appena lui si voltò io iniziai a correre all’impazzata. Correvo, correvo, correvo. Non devi farti coinvolgere dagli uomini, ricorda Lusette. Pensai istintivamente. Eppure qualcosa dentro di me avrebbe voluto che io rimanessi lì con lui. Che stupida, Lusette, non pensare strane cose. Ero arrivata quasi a casa, ma ero sfinita. C’era solo mio fratello, che mi vide dalla finestra della cucina, quella che dava sul giardino, e mi chiese cosa fosse successo. JJ appariva come un fratello odioso, ma in realtà era sempre pronto a dare tutto per me. «Jason! Ho combinato un macello!» Lui mi guardò strano «Che è successo?!» Abbassai lo sguardo, imbarazzata «Ecco… Casualmente, la macchina di mamma è andata a sbattere contro un muro…» Lui diventò furioso. L’avevo fatta grossa. «Casualmente???» Cavolo… «Dannazione, Lusette! Come ti è saltato in mente di prendere la macchina senza saper guidare???» Sempre più furioso. Sempre di più. «Jason ti prego devi aiutarmi!» Lo supplicai. «No, Lusette, stavolta no!» «No JJ ti prego!» Dopo minuti di lamentele e insistenze finalmente cedette «Questa è l’ultima volta, Lusie! L’ultima!» Lo abbracciai e lo baciai, stavo quasi per buttarlo fuori dalla finestra per la felicità! Gli dissi dove era avvenuto il fattaccio e lui si avviò per constatare i danni, quando ritornò potemmo vedere le condizioni in cui avevo ridotto la povera auto. Il paraurti era completamente distrutto, la parte anteriore era accartocciata e il vetro del parabrezza e del finestrino del guidatore in pezzi. Jason mi guardava con un’aria furiosa, a dir poco, e non osò parlarmi per il resto della giornata. Quando mia madre tornò – era uscita con la madre di Brian – il povero JJ dovette sorbirsi una sfuriata mai sentita, mia madre gli confiscò le chiavi della sua di macchina e gli vietò di uscire per il mese seguente. Accidenti! Mi sentivo dannatamente in colpa… Decisi di chiamare Sarah, non ci eravamo lasciate bene quel pomeriggio. Mi rispose Tarance. Mi chiesi che ci facesse ancora a casa di suo fratello, chissà. «Pronto?» La sua voce era bassa, e triste. «Sono io Sarah…» Mi riconobbe subito. «L’avevo capito. Che c’è?» «Sei stata al Major?» «Ovvio!» «E l’hai visto?» «…» «Questo non me lo dovevi fare, Lusette…» Oh, cavolo… «Farti cosa?» Cercai di apparire il più innocente possibile! «Vi ho visti! La macchina distrutta, lui che ti prende in braccio e che ti medica la ferita… Com’eravate carini!» «Sarah…» E adesso? Come potevo spiegarle? Come potevo ammettere di aver flirtato con il suo dio? «Gli stavi appiccicata…» Aveva visto proprio tutto… «Gli stavo appiccicata? È stato lui a volermi aiutare! Ero spaesata e confusa e lui mi ha dato semplicemente una mano!» Una bugia tira l’altra, Lusette, attenta… «Quindi, ovviamente era la prima volta che lo vedevi, vero?» Uh. «Ovviamente!» Mentii di nuovo. Non mi riconoscevo più, stavo mentendo alla mia unica vera amica. «Beh, Lusie…» Aveva ricominciato a chiamarmi Lusie, buon segno! «Penso di aver capito male, allora!» Uh. Se l’è bevuta. Com’ero stata maligna… «Dai, Sarah! Sai bene che Nicholas Awery non mi è mai piaciuto, e non mi piacerà mai!» Uh. «Però ammettilo, Lusie, almeno un po’ ti è piaciuto…» Suonava tanto ambigua quella frase! «Ha un buon profumo…» «Davvero? E com’è?» «Vaniglia…» «Adoro la vaniglia!» Già, anche io. «Beh, Sarah, allora è tutto apposto?» Sentii che rideva. «Ma certo, Lusie!» Mi sentivo smisuratamente in colpa. Ero stata davvero stronza. Terribilmente. «Beh, Lusie, ti devo lasciare… Ci vediamo domani!» Uh. «D’accordo… Un bacio.» «Un bacio.» Riattaccammo. Cavolo. Che sensazione orrenda, non avevo mai finto così bene, me ne compiacqui. Ma allo stesso tempo capii di avere sbagliato, e anche tanto. Non avevo voglia di dormire, perché sapevo che l’avrei sognato, e non volevo. Non dovevo. Quindi mi distesi sul divano coperta dal plaid blu che mi aveva regalato mia madre qualche Natale fa e accesi la TV. Non c’era niente d’interessante, come sempre. Rimasi sveglia a guardare finché non mi addormentai, con la TV accesa e con il rimorso di quelle bugie in testa. Fortunatamente non sognai nulla. Quando mi svegliai era notte fonda, forse erano le tre o le cinque del mattino, non riuscivo a capire. Mi alzai e andai al piano di sopra, in camera mia, m’infilai il pigiama e dormii profondamente, cercando di non pensare a niente. Né a lui, né tanto meno alla povera, ignara Sarah. Ci fu un minuscolo pensiero che attraversò la mia mente come una fulminea scarica elettrica. Ed era il suo viso. Il suo viso mi apparve in quell’istante chiaro e netto, poi mi addormentai. E fu così splendida quella notte, con il suo viso impresso in mente, che mai avrei voluto svegliarmi. Invece la mattina dopo, un timido raggio di sole indugiò sul mio viso, destandomi quasi del tutto. Rimasi a letto per un po’, prima di scendere giù e subire un’altra tremenda giornata di monotonia quotidiana, lievemente interrotta da amanti sconosciuti e macchine schiantate. Come al solito raccolsi i capelli in una coda e scesi. Giù, mia madre e mio fratello stavano già facendo colazione con i soliti tremendi cereali al sapore di cartoncino e io, purtroppo, dovetti adeguarmi. Quando mi sedetti lo stesso sguardo furioso di JJ del giorno precedente mi travolse, facendomi sentire ancora terribilmente in colpa. Quel giorno faceva più caldo rispetto alla settimana passata, ma era un caldo relativo, considerando che si trattava comunque del ventinove di dicembre. Quasi subito dopo che ebbi finito di mangiare, ricevetti la telefonata di Sarah che disse che sarebbe passata presto. Mi cambiai con calma, sapendo che la puntualità era uno dei punti deboli di Sarah, e quando arrivò avvertì sin da subito che continuava a provare ancora un certo astio nei miei confronti, ma cercava di nasconderlo più che potesse. Uscimmo quasi subito, dopo che lei iniziò di nuovo a chiedermi notizie del mio incontro con Nicholas Awery. «è un biondo naturale il suo?» «Sarah, ma che domande fai?» «Ma Lusie, io voglio sapere tutto di lui!» «Sì, è un biondo naturale…» «Ok, perfetto, mi hai tolto un dubbio atroce!» «Sono contenta…» «Ed è bella la sua voce?» «Sarah, basta!» Il viaggio verso la nostra mete abituali – casa di Brian e poi Centro Commerciale – mi appariva stranamente più lungo del solito, forse perché parlare di Nicholas mi metteva a disagio, soprattutto con Sarah… Una volta raggiunto prima la casa dell’uomo del trio, e poi il Centro Commerciale, ci fermammo nel parcheggio. Sarah e Brian finirono la loro solita sigaretta in comune e io iniziai a girovagare tra le onde radio, finché non sentii la sua voce, profonda e calda come sempre, che cantava in unplugged una delle sue migliori canzoni, quella che parlava di noi due. Le note basse e leggere di You are my drug mi entrarono in mente per il resto della giornata, non riuscii a smettere di canticchiare o fischiettare quella melodia. La sentivo per la seconda volta, e mi appariva più bella di come mi era parsa la prima. Cercai di non farmi sentire da Sarah, ancora ignara di tutto, ma vedevo che mi lanciava delle strane occhiate fulminanti e io dopo quelle smettevo di canterellare per qualche secondo, tanto per accontentarla. Ma ricominciavo quasi subito. Finita la visita turistica al Centro Commerciale, ci separammo. Abbandonammo Brian a casa sua e Sarah, prima di riaccompagnarmi, si fermò poco lontano da casa mia e, con lo sguardo fisso nel vuoto, mormorò «Lusie, promettimi che sarai sempre sincera con me…» Accidenti. «Come mai vuoi che ti prometta che sarò sempre sincera?» Sempre lo sguardo fisso sul nulla. «Tu promettimelo e basta!» Annuii. «Te lo prometto». Lei mise in moto e mi accompagnò fino a casa, mi sentivo davvero male quella sera, l’unica cosa che sarebbe riuscita a liberare la mia mente dai sensi di colpa era la voce di Nicholas; e, visto che non potevo sentirla di persona, iniziai ad ascoltare il CD di Natale. Ancora quelle note basse e leggere, dolci e armoniose, splendide. Con la sua voce che continuava a cullare i miei pensieri, mi addormentai. Forse non sarebbe stato poi tanto male almeno provare di avere a che fare con un uomo. Soprattutto se quell’uomo fosse stato lui.
Quest'opera è protetta da Copyright...se vi scopro a copiare vi spezzo le gambe! ^^
Contattatemi!Di nuovo ciao a tutti! ^^
Ho notato con piacere che sono arrivate altre fans nel blog,
sono proprio felicissima di tutto ciò!
Mi piace molto che i miei sforzi vengano apprezzati così ^^
Volevo solo darvi la possibilità di contattarmi,
in modo che possiate criticare quello che non vi è piaciuto,
avvertirmi di qualche discordanza o errore nel testo,
o semplicemente chattare cn me per conoscerci! :P
Aggiungetemi:
(non di sono errori è proprio doCLemente...)
[x] Dolcemente Rockfolle [x]
IV capitolo terminato... pubblicazione prevista entro i prossimi 3 giorni! Grazie! ^^Ciao a tutti, ragazzi!
Volevo ringraziarvi per i complimenti che mi avete fatto ^^ sono davvero felice di avere mosso in così poco tempo voi prime fans, non è male per una scrittrice alle prime armi!
Purtroppo il quarto capitolo è ancora il lavorazione e nella mia testa ci sono tante di quelle idee che non so da dove cominciare!
Spero di terminare tutto in tempo e di accontentare le vostre aspettative ;)
Un bacio a tutte, a presto! <3
[x] Dolcemente Rockfolle [x] Capitolo IIICapitolo III
Mi svegliai tardi, molto tardi quella mattina. Mi svegliai ch’era già mezzogiorno e mia madre aveva già preparato tutto per pranzo. Quel giorno sarebbe venuto mio padre a casa, e non volevo assolutamente che mi vedesse persa nei miei pensieri, volevo che vedesse quanto tenevo alla sua presenza. Era il 26 di dicembre, tra quattro giorni l’avrei rivisto. Su un palco, insieme ad una miriade di altre persone, da lontano, ma l’avrei rivisto. Non vedevo l’ora, ma tentavo comunque di non illudermi e pregavo perché la mia teoria prendesse il sopravvento. David arrivò all’una in punto. Come al solito, spaccò il secondo. Io e mio fratello lo accogliemmo subito a braccia aperte, lo abbracciammo e lo conducemmo dentro casa. Mia madre si comportò come faceva di solito, gli porse la mano con un’espressione indifferente e lo fece sedere a tavola. Mentre si appoggiava al bancone per togliersi il grembiule da cucina vidi la sua espressione rammaricata, tipica di quando vedeva papà. Magari rimpiangeva i tempi passati insieme a lui, quelli in cui era l’amore a pervadere le loro giornate. Peccato che io di loro ricordassi solo i piatti rotti e le urla esasperate… Il pranzo andò bene, iniziammo a parlare del più e del meno per poi finire a parlare di qualcosa di inaspettato, di nuovo... Fin troppo nuovo per noi. Soprattutto per mamma. «Allora, David, come va il lavoro?» Iniziò a chiedere mia madre «Già papà… come ti trovi nella nuova azienda?» Aggiunse mio fratello «Bene, molto bene… Ho un posto di rilievo e mi pagano molto meglio di quanto facessero quando stavo qui!» Poi sorrise «Bene, bene…» Disse mia madre con lo sguardo fisso sul piatto di carne, con un’espressione delusa e amareggiata. Forse sentiva che David non era mai stato felice con lei, sotto nessun aspetto… «Senti papà, che ne diresti se poi una di queste settimane venissi a stare un po’ da te? Magari anche per qualche mese…» Odiai mio fratello; quella era un mia idea! «Oh… emh… bhè, forse… per ora non è il caso, non è così Kim?» Kim, mia madre, gli rispose con un cenno affermativo ma indifferente. «Ma come papà! Me l’avevi proposto tu stesso qualche mese fa…» Ritentò deluso Jason «Oh, emh… Jason, vedi, io in questo periodo non sono solo in casa…» Mia madre fece uno scatto, drizzò le orecchie e spalancò gli occhi. «Co… come?» Sembrava stranamente sorpresa… «Bhè… Kim, ragazzi, forse è il momento che sappiate che è ormai tanto che frequento una donna, si chiama Cindy… Ormai vive a casa mia, a Seattle.» Mia madre rimase a dir poco sconvolta, e tentò di tutto per evitare di far notare il suo stupore «Lusie aiutami a sparecchiare, cara…» David si sentì notevolmente a disagio e capì che forse avrebbe dovuto parlarne con Kim, in privato, per prepararla alla notizia… Quanto a me, e a Jason. Inizialmente anche noi non capimmo cosa stesse succedendo… Forse mio padre aveva sbattuto la testa, oppure il vero David era stato rapito dagli alieni e sostituito con un clone. Perché il vero David, mio padre, l’uomo che teneva le foto del suo matrimonio nella sua stanza da letto a Seattle, non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Quando fummo in cucina vidi mia madre sbattere violentemente i piatti dentro il lavandino e iniziare a piangere. Colpì la schiena contro il piano di cottura e si sedette per terra. Non l’avevo mai vista così distrutta. Era in lacrime. Tutto per un uomo che aveva amato e che poi l’aveva fatta soffrire. «Mamma… ti prego…» Io provai. Provai a farla rialzare. A farla ragionare… Ma niente. Allora l’abbracciai, e le asciugai le lacrime e la confortai più che potessi. A quel punto capii a cosa portava l’amore. E capii che sarebbe stato molto meglio per me rinunciarci fin da subito. Da quel momento decisi che non mi sarei mai impelagata in una relazione seria. E se era questo il destino che mi aspettava, pensai, decisi che non mi sarei mai lasciata sopraffare dall’emozioni. Mai. «Io so che in tutti questi anni mi ha solo tradito…» Mi disse, ancora in lacrime. «No, mamma, non ti ha tradita. Tu sei stata il suo primo vero amore, lo so. Mamma tu sei e sarai sempre più importante di qualunque Cindy di questo mondo!» «Lusette, sei la mia unica speranza… Almeno tu, non abbandonarmi…» Con le guance solcate da fredde, dure, silenziose lacrime. Ritornammo in sala da pranzo, dove David e Jason stavano parlando di Cindy. David guardò Kim per un attimo dritto negli occhi e poi distolse lo sguardo, salutò e se ne andò. Forse aveva sentito lo sfogo di mia madre e preferì non fare altri danni… Mio fratello invece, con la sua solita insensibilità «Bhè? Siete diventati tutti matti?» Io e mia madre ci dividemmo. Lei si distese sul suo letto, io raggiunsi Sarah a casa sua che intanto stava discutendo con Brian del concerto di Capodanno. Tra casa mia e casa di Sarah c’è una distanza tale da poter intavolare un’intensa ma non troppo complessa discussione con un tizio sceso da una limousine. Quando attraversai gli stessi punti in cui avevo lo avevo visto, il mio corpo fu pervaso da brividi simili a quello che avevo provato quel giorno non lontano e perennemente presente e insistente nei miei ricordi. Anche se ormai di lui non m’importava più tanto – almeno così speravo – i miei occhi continuavano a vedere limousine girare l’angolo e fermarsi di fronte a me. Ma erano solo sogni. Illusioni ottiche. Non ne avrei comunque parlato con nessuno. Nemmeno con Sarah, tanto meno con Brian, che era forse l’unica persona di mia conoscenza che non riuscisse a tenere un segreto per più di tre minuti. Decisi d’innamorarmi semplicemente del ricordo di quegli attimi fugaci. Finalmente arrivai a casa di Sarah. Bussai. Mi aprì una donna sui trent’anni, mora, con una pelle abbastanza scura e un sorriso molto amichevole. «Ciao! Tu sei?» «Io sono Lusette, un amica di Sarah… lei chi è?» «Ti sembro così vecchia da potermi dare del lei? Chiamami semplicemente Tarance!» «Ok, Tarance… C’è Sarah in casa?» «Sì certo, è in giardino col suo amico… Bruce… Bre… Brian!» «Ok, allora li raggiungo…» Feci il giro della casa e arrivai nel giardino sul retro. Sarah e Brian stavano fumando distesi sulle sedie sdraio. Sarah stava anche ascoltando lui. E Brian stava leggendo una rivista… «Bene, bene… è arrivata la nostra dispersa!» Mi accolse Brian «Dispersa?» Chiesi io un po’ spaesata… «Già, dispersa! È un giorno intero che proviamo a chiamarti…» Io sorrisi. «Oggi è venuto mio padre a pranzo…» Diedi una spiegazione di poche parole, evitai il più possibile di parlare di quella mattina. «Ah, ok…» Rispose Brian. Mi sedetti sulla stessa sdraio di Sarah, ci accucciammo ad ascoltare lui. E nonostante il suo iniziale stupore per il mio strano interessamento verso quella musica, poi iniziammo a canticchiare insieme canzoni come My sweet Lucifer o Down in the hell. La sua musica aveva un ritmo incalzante. Molto persuasivo. Come la sua voce… «Allora, per Capodanno il programma è questo…» Iniziò Sarah «Devi rinunciare alla cena a casa tua, dobbiamo presentarci al Palace almeno tre o quattro ore prima dell’inizio del concerto!» Io la guardai, un po’ disorientata e poi le risposi «Tre o quattro ore? Addirittura così tanto?» Lei mi fissò «Naturale! Nicholas Awery è uno dei più importanti artisti a livello mondiale! Non pensi che se arrivassimo alle otto in punto il Palace sarebbe così pieno da impedire l’entrata?» Io capii quanto ci tenesse a quel concerto. E anche io ci tenevo. Forse più di lei… Allora acconsentii, senza pensarci un attimo. «E poi guarda… ho preparato questo piccolo vademecum, ci sono tutti i testi delle canzoni più belle di Nicholas. Studiale!» Presi il libretto che mi aveva preparato e risi. Era una cosa talmente assurda da sembrare ridicola! Ma comunque decisi di leggere per bene quello che aveva scritto Sarah per me, anche per capire lui, cosa pensava, i suoi ideali, le sue canzoni. Volevo riuscire a intravedere una spiegazione a quel comportamento quasi pazzo di quel ragazzo così meraviglioso, e così stupendamente attraente e intrigante… Lo sfogliai velocemente per vedere un po’ di titoli. Erano più meno gli stessi, o almeno, il tema centrale era lo stesso: il diavolo. «Io vi passerò a prendere alle quattro… Vi voglio pronte! Non ho voglia di aspettarvi mentre vi mettete in tiro per la serata…» Affermò Brian con lo sguardo fisso sulla rivista. Mentre ero intenta ad ascoltare Mr. Dark – canzone che parlava di un ragazzo che aveva deciso di vendere la sua anima al diavolo per trovare fortuna – vidi passare la limousine fuori casa… Mi alzai di scatto. E cominciai a seguire con il mio solito sguardo insistente la sua direzione. Sarah e Brian non riuscivano a capire che cosa mi stesse capitando. Anche loro tentarono di vedere ciò che vedevo io, ma l’auto aveva già voltato l’angolo. Forse era stata la mia immaginazione. Ma non potevo essermi immaginata tutto… Avevo sognato anche un finestrino che si abbassava e un paio di occhiali neri che sbucavano fuori? Anche se stranamente non era il suo viso… Allora chissà, avevo sognato davvero. «Ok, Lusie, stai diventando pazza?» Mi chiese Sarah più che perplessa! «Io? No… oh, no… solo che, avevo visto… » Stavo per dirlo. «…no, nulla, niente…» Brian e Sarah, ancora più perplessi, ripresero le loro attività con apparente tranquillità. Io guardai Sarah, con la sua solita sigaretta in mano e gli occhi chiusi. Era intenta ad ascoltare lui. Subito presi una cuffia e ricominciai a sentire Mr. Dark insieme a lei. Passarono almeno cinque minuti prima che la canzone finisse. Non era una delle migliori, tra quelle che avevo sentito, ma era carina… Dopo poco, Tarance, la ragazza che mi aveva aperto alla porta, ci portò tre tazze di cioccolata calda. «Ecco qua… c’è freddo qua fuori!» Con un sorriso tranquillo guardò Sarah che fumava. Ora mi ricordai! Tarance era la sorella del padre di Sarah, sua zia… Era una tra le poche donne del paese che ascoltavano Metal e sostenevano l’anarchia. «Grazie, Tarance…» Gli disse Sarah. «Passami la sigaretta…» Sarah gliela passò. Lei fece qualche tiro e poi se ne andò sorridendo. Era una donna particolarmente interessante, e molto simpatica! Nonostante i 35 anni l’adolescenza non l’aveva ancora abbandonata… Avevo tanti pensieri per la mente. Il pianto di mia madre tra tutti prevaleva e vagava nella mia testa. Avevo sbagliato a lasciarla sola, forse. Diedi un’occhiata all’orario. Sarebbe stato il caso di tornare… Fuori faceva freddo, molto freddo e non avevo voglia di prendermi un malanno. «Ragazzi, è meglio che vada…» Cominciai a dire «Così presto?» La voce di Brian si levò dal nulla, quasi. Fino ad allora era stato in disparte a leggere. «Già. Oggi mia madre è un po’ giù, vorrei stare con lei» Sarah si tolse le cuffie e si alzò per accompagnarmi alla porta, Brian mi salutò con un cenno della mano. «Ehi Lusie, l’altro giorno è passata la limousine di Nicholas Awery qua vicino, sai?» E come se lo sapevo. «Davvero?» Sorrideva come raramente faceva «Sì… Dannazione, non l’ho beccata!» Già. Dannazione… «Dai, Sarah, consolati… Tra quattro giorni esatti saremo ai suoi piedi ad acclamarlo.» L’idea mi fece rabbrividire. Io. Lui. Tutta quella gente. Mmmm… Tutto molto strano. «Lusie? Ci sei?» Non mi ero accorta di essere rimasta zitta e ferma per più di un minuto di fronte a Sarah. Quei pensieri annullavano tutto il resto. «Sì. Sì ci sono… Allora, vado» Ci salutammo con un bacio sulla guancia e io mi avviai a casa mia. Cercando di evitare in ogni modo il tragitto che avevo sempre fatto e in cui avevo incrociato quella dannata limousine. Allungai il tragitto, ma arrivai sana e salva. Senza – quasi – strani pensieri per la testa. Entrando a casa mi accorsi sola. Mia madre? Mio fratello JJ? Scomparsi. Salii in camera mia. Mi sdraiai sul letto e rimasi così per almeno 2 ore, finché non mi addormentai. E dormii per molto, molto tempo. Sognai. C’ero io, in una strada buia e vuota. Tutto quello che mi circondava era nero e poi davanti a me cominciava a scoppiettare una fiamma. Lentamente la fiamma andava estendendosi dinnanzi a me. Era tutto molto, molto strano e confuso. E io la seguivo, seguivo la fiamma, e la toccavo e quando la toccavo finivo per bruciarmi. Chiara la morale: non giocare col fuoco, perché finirai per bruciarti. Ma che cosa voleva dire in realtà quel sogno? Stavo impazzendo, forse… Quando mi svegliai era già sera. Mia madre era tornata, sentivo che stava cucinando. Tremenda visione mi si poneva allo specchio. Avevo i capelli scompigliati, il maglioncino sgualcito e i jeans sporchi. Raccolsi la chioma castana in una coda e mi cambiai, scesi giù a vedere quali prelibatezze stava preparando mia madre. Carciofi; interessante scelta, mamma, complimenti! «Mamma! Io detesto i carciofi!» La redarguii «Dovrai adeguarti…» Risentiva ancora del catastrofico pranzo. Mia madre era come me. Non riusciva a superare facilmente certe cose; non aveva ancora superato il pranzo, come non era riuscita a superare il divorzio, la partenza e l’abbandono definitivo da parte di mio padre. Dovevo ammetterlo, era stato veramente un bastardo. Ma cosa possiamo aspettarci dagli uomini? Uh. Suona tanto come un luogo comune questo, ma è così… Non esiste l’uomo perfetto.
Questa è un'opera protetta da Copyright...se vi scopro a copiare vi spezzo le gambe! ^^
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