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Capitolo IIICapitolo III
Mi svegliai tardi, molto tardi quella mattina. Mi svegliai ch’era già mezzogiorno e mia madre aveva già preparato tutto per pranzo. Quel giorno sarebbe venuto mio padre a casa, e non volevo assolutamente che mi vedesse persa nei miei pensieri, volevo che vedesse quanto tenevo alla sua presenza. Era il 26 di dicembre, tra quattro giorni l’avrei rivisto. Su un palco, insieme ad una miriade di altre persone, da lontano, ma l’avrei rivisto. Non vedevo l’ora, ma tentavo comunque di non illudermi e pregavo perché la mia teoria prendesse il sopravvento. David arrivò all’una in punto. Come al solito, spaccò il secondo. Io e mio fratello lo accogliemmo subito a braccia aperte, lo abbracciammo e lo conducemmo dentro casa. Mia madre si comportò come faceva di solito, gli porse la mano con un’espressione indifferente e lo fece sedere a tavola. Mentre si appoggiava al bancone per togliersi il grembiule da cucina vidi la sua espressione rammaricata, tipica di quando vedeva papà. Magari rimpiangeva i tempi passati insieme a lui, quelli in cui era l’amore a pervadere le loro giornate. Peccato che io di loro ricordassi solo i piatti rotti e le urla esasperate… Il pranzo andò bene, iniziammo a parlare del più e del meno per poi finire a parlare di qualcosa di inaspettato, di nuovo... Fin troppo nuovo per noi. Soprattutto per mamma. «Allora, David, come va il lavoro?» Iniziò a chiedere mia madre «Già papà… come ti trovi nella nuova azienda?» Aggiunse mio fratello «Bene, molto bene… Ho un posto di rilievo e mi pagano molto meglio di quanto facessero quando stavo qui!» Poi sorrise «Bene, bene…» Disse mia madre con lo sguardo fisso sul piatto di carne, con un’espressione delusa e amareggiata. Forse sentiva che David non era mai stato felice con lei, sotto nessun aspetto… «Senti papà, che ne diresti se poi una di queste settimane venissi a stare un po’ da te? Magari anche per qualche mese…» Odiai mio fratello; quella era un mia idea! «Oh… emh… bhè, forse… per ora non è il caso, non è così Kim?» Kim, mia madre, gli rispose con un cenno affermativo ma indifferente. «Ma come papà! Me l’avevi proposto tu stesso qualche mese fa…» Ritentò deluso Jason «Oh, emh… Jason, vedi, io in questo periodo non sono solo in casa…» Mia madre fece uno scatto, drizzò le orecchie e spalancò gli occhi. «Co… come?» Sembrava stranamente sorpresa… «Bhè… Kim, ragazzi, forse è il momento che sappiate che è ormai tanto che frequento una donna, si chiama Cindy… Ormai vive a casa mia, a Seattle.» Mia madre rimase a dir poco sconvolta, e tentò di tutto per evitare di far notare il suo stupore «Lusie aiutami a sparecchiare, cara…» David si sentì notevolmente a disagio e capì che forse avrebbe dovuto parlarne con Kim, in privato, per prepararla alla notizia… Quanto a me, e a Jason. Inizialmente anche noi non capimmo cosa stesse succedendo… Forse mio padre aveva sbattuto la testa, oppure il vero David era stato rapito dagli alieni e sostituito con un clone. Perché il vero David, mio padre, l’uomo che teneva le foto del suo matrimonio nella sua stanza da letto a Seattle, non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Quando fummo in cucina vidi mia madre sbattere violentemente i piatti dentro il lavandino e iniziare a piangere. Colpì la schiena contro il piano di cottura e si sedette per terra. Non l’avevo mai vista così distrutta. Era in lacrime. Tutto per un uomo che aveva amato e che poi l’aveva fatta soffrire. «Mamma… ti prego…» Io provai. Provai a farla rialzare. A farla ragionare… Ma niente. Allora l’abbracciai, e le asciugai le lacrime e la confortai più che potessi. A quel punto capii a cosa portava l’amore. E capii che sarebbe stato molto meglio per me rinunciarci fin da subito. Da quel momento decisi che non mi sarei mai impelagata in una relazione seria. E se era questo il destino che mi aspettava, pensai, decisi che non mi sarei mai lasciata sopraffare dall’emozioni. Mai. «Io so che in tutti questi anni mi ha solo tradito…» Mi disse, ancora in lacrime. «No, mamma, non ti ha tradita. Tu sei stata il suo primo vero amore, lo so. Mamma tu sei e sarai sempre più importante di qualunque Cindy di questo mondo!» «Lusette, sei la mia unica speranza… Almeno tu, non abbandonarmi…» Con le guance solcate da fredde, dure, silenziose lacrime. Ritornammo in sala da pranzo, dove David e Jason stavano parlando di Cindy. David guardò Kim per un attimo dritto negli occhi e poi distolse lo sguardo, salutò e se ne andò. Forse aveva sentito lo sfogo di mia madre e preferì non fare altri danni… Mio fratello invece, con la sua solita insensibilità «Bhè? Siete diventati tutti matti?» Io e mia madre ci dividemmo. Lei si distese sul suo letto, io raggiunsi Sarah a casa sua che intanto stava discutendo con Brian del concerto di Capodanno. Tra casa mia e casa di Sarah c’è una distanza tale da poter intavolare un’intensa ma non troppo complessa discussione con un tizio sceso da una limousine. Quando attraversai gli stessi punti in cui avevo lo avevo visto, il mio corpo fu pervaso da brividi simili a quello che avevo provato quel giorno non lontano e perennemente presente e insistente nei miei ricordi. Anche se ormai di lui non m’importava più tanto – almeno così speravo – i miei occhi continuavano a vedere limousine girare l’angolo e fermarsi di fronte a me. Ma erano solo sogni. Illusioni ottiche. Non ne avrei comunque parlato con nessuno. Nemmeno con Sarah, tanto meno con Brian, che era forse l’unica persona di mia conoscenza che non riuscisse a tenere un segreto per più di tre minuti. Decisi d’innamorarmi semplicemente del ricordo di quegli attimi fugaci. Finalmente arrivai a casa di Sarah. Bussai. Mi aprì una donna sui trent’anni, mora, con una pelle abbastanza scura e un sorriso molto amichevole. «Ciao! Tu sei?» «Io sono Lusette, un amica di Sarah… lei chi è?» «Ti sembro così vecchia da potermi dare del lei? Chiamami semplicemente Tarance!» «Ok, Tarance… C’è Sarah in casa?» «Sì certo, è in giardino col suo amico… Bruce… Bre… Brian!» «Ok, allora li raggiungo…» Feci il giro della casa e arrivai nel giardino sul retro. Sarah e Brian stavano fumando distesi sulle sedie sdraio. Sarah stava anche ascoltando lui. E Brian stava leggendo una rivista… «Bene, bene… è arrivata la nostra dispersa!» Mi accolse Brian «Dispersa?» Chiesi io un po’ spaesata… «Già, dispersa! È un giorno intero che proviamo a chiamarti…» Io sorrisi. «Oggi è venuto mio padre a pranzo…» Diedi una spiegazione di poche parole, evitai il più possibile di parlare di quella mattina. «Ah, ok…» Rispose Brian. Mi sedetti sulla stessa sdraio di Sarah, ci accucciammo ad ascoltare lui. E nonostante il suo iniziale stupore per il mio strano interessamento verso quella musica, poi iniziammo a canticchiare insieme canzoni come My sweet Lucifer o Down in the hell. La sua musica aveva un ritmo incalzante. Molto persuasivo. Come la sua voce… «Allora, per Capodanno il programma è questo…» Iniziò Sarah «Devi rinunciare alla cena a casa tua, dobbiamo presentarci al Palace almeno tre o quattro ore prima dell’inizio del concerto!» Io la guardai, un po’ disorientata e poi le risposi «Tre o quattro ore? Addirittura così tanto?» Lei mi fissò «Naturale! Nicholas Awery è uno dei più importanti artisti a livello mondiale! Non pensi che se arrivassimo alle otto in punto il Palace sarebbe così pieno da impedire l’entrata?» Io capii quanto ci tenesse a quel concerto. E anche io ci tenevo. Forse più di lei… Allora acconsentii, senza pensarci un attimo. «E poi guarda… ho preparato questo piccolo vademecum, ci sono tutti i testi delle canzoni più belle di Nicholas. Studiale!» Presi il libretto che mi aveva preparato e risi. Era una cosa talmente assurda da sembrare ridicola! Ma comunque decisi di leggere per bene quello che aveva scritto Sarah per me, anche per capire lui, cosa pensava, i suoi ideali, le sue canzoni. Volevo riuscire a intravedere una spiegazione a quel comportamento quasi pazzo di quel ragazzo così meraviglioso, e così stupendamente attraente e intrigante… Lo sfogliai velocemente per vedere un po’ di titoli. Erano più meno gli stessi, o almeno, il tema centrale era lo stesso: il diavolo. «Io vi passerò a prendere alle quattro… Vi voglio pronte! Non ho voglia di aspettarvi mentre vi mettete in tiro per la serata…» Affermò Brian con lo sguardo fisso sulla rivista. Mentre ero intenta ad ascoltare Mr. Dark – canzone che parlava di un ragazzo che aveva deciso di vendere la sua anima al diavolo per trovare fortuna – vidi passare la limousine fuori casa… Mi alzai di scatto. E cominciai a seguire con il mio solito sguardo insistente la sua direzione. Sarah e Brian non riuscivano a capire che cosa mi stesse capitando. Anche loro tentarono di vedere ciò che vedevo io, ma l’auto aveva già voltato l’angolo. Forse era stata la mia immaginazione. Ma non potevo essermi immaginata tutto… Avevo sognato anche un finestrino che si abbassava e un paio di occhiali neri che sbucavano fuori? Anche se stranamente non era il suo viso… Allora chissà, avevo sognato davvero. «Ok, Lusie, stai diventando pazza?» Mi chiese Sarah più che perplessa! «Io? No… oh, no… solo che, avevo visto… » Stavo per dirlo. «…no, nulla, niente…» Brian e Sarah, ancora più perplessi, ripresero le loro attività con apparente tranquillità. Io guardai Sarah, con la sua solita sigaretta in mano e gli occhi chiusi. Era intenta ad ascoltare lui. Subito presi una cuffia e ricominciai a sentire Mr. Dark insieme a lei. Passarono almeno cinque minuti prima che la canzone finisse. Non era una delle migliori, tra quelle che avevo sentito, ma era carina… Dopo poco, Tarance, la ragazza che mi aveva aperto alla porta, ci portò tre tazze di cioccolata calda. «Ecco qua… c’è freddo qua fuori!» Con un sorriso tranquillo guardò Sarah che fumava. Ora mi ricordai! Tarance era la sorella del padre di Sarah, sua zia… Era una tra le poche donne del paese che ascoltavano Metal e sostenevano l’anarchia. «Grazie, Tarance…» Gli disse Sarah. «Passami la sigaretta…» Sarah gliela passò. Lei fece qualche tiro e poi se ne andò sorridendo. Era una donna particolarmente interessante, e molto simpatica! Nonostante i 35 anni l’adolescenza non l’aveva ancora abbandonata… Avevo tanti pensieri per la mente. Il pianto di mia madre tra tutti prevaleva e vagava nella mia testa. Avevo sbagliato a lasciarla sola, forse. Diedi un’occhiata all’orario. Sarebbe stato il caso di tornare… Fuori faceva freddo, molto freddo e non avevo voglia di prendermi un malanno. «Ragazzi, è meglio che vada…» Cominciai a dire «Così presto?» La voce di Brian si levò dal nulla, quasi. Fino ad allora era stato in disparte a leggere. «Già. Oggi mia madre è un po’ giù, vorrei stare con lei» Sarah si tolse le cuffie e si alzò per accompagnarmi alla porta, Brian mi salutò con un cenno della mano. «Ehi Lusie, l’altro giorno è passata la limousine di Nicholas Awery qua vicino, sai?» E come se lo sapevo. «Davvero?» Sorrideva come raramente faceva «Sì… Dannazione, non l’ho beccata!» Già. Dannazione… «Dai, Sarah, consolati… Tra quattro giorni esatti saremo ai suoi piedi ad acclamarlo.» L’idea mi fece rabbrividire. Io. Lui. Tutta quella gente. Mmmm… Tutto molto strano. «Lusie? Ci sei?» Non mi ero accorta di essere rimasta zitta e ferma per più di un minuto di fronte a Sarah. Quei pensieri annullavano tutto il resto. «Sì. Sì ci sono… Allora, vado» Ci salutammo con un bacio sulla guancia e io mi avviai a casa mia. Cercando di evitare in ogni modo il tragitto che avevo sempre fatto e in cui avevo incrociato quella dannata limousine. Allungai il tragitto, ma arrivai sana e salva. Senza – quasi – strani pensieri per la testa. Entrando a casa mi accorsi sola. Mia madre? Mio fratello JJ? Scomparsi. Salii in camera mia. Mi sdraiai sul letto e rimasi così per almeno 2 ore, finché non mi addormentai. E dormii per molto, molto tempo. Sognai. C’ero io, in una strada buia e vuota. Tutto quello che mi circondava era nero e poi davanti a me cominciava a scoppiettare una fiamma. Lentamente la fiamma andava estendendosi dinnanzi a me. Era tutto molto, molto strano e confuso. E io la seguivo, seguivo la fiamma, e la toccavo e quando la toccavo finivo per bruciarmi. Chiara la morale: non giocare col fuoco, perché finirai per bruciarti. Ma che cosa voleva dire in realtà quel sogno? Stavo impazzendo, forse… Quando mi svegliai era già sera. Mia madre era tornata, sentivo che stava cucinando. Tremenda visione mi si poneva allo specchio. Avevo i capelli scompigliati, il maglioncino sgualcito e i jeans sporchi. Raccolsi la chioma castana in una coda e mi cambiai, scesi giù a vedere quali prelibatezze stava preparando mia madre. Carciofi; interessante scelta, mamma, complimenti! «Mamma! Io detesto i carciofi!» La redarguii «Dovrai adeguarti…» Risentiva ancora del catastrofico pranzo. Mia madre era come me. Non riusciva a superare facilmente certe cose; non aveva ancora superato il pranzo, come non era riuscita a superare il divorzio, la partenza e l’abbandono definitivo da parte di mio padre. Dovevo ammetterlo, era stato veramente un bastardo. Ma cosa possiamo aspettarci dagli uomini? Uh. Suona tanto come un luogo comune questo, ma è così… Non esiste l’uomo perfetto.
Questa è un'opera protetta da Copyright...se vi scopro a copiare vi spezzo le gambe! ^^
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